Struttura sanitaria convenzionata in via Bistolfi 31 a Milano

in sostituzione del dismesso stabilimento Tre Marie (facevano panettoni)

progetto Studio architettura Giancarlo Marzorati

  

La cortina urbana che definisce Via Bistolfi è molto ben definita dal muro di cinta della caserma sul lato Est della via stessa. Si tratta di un muro di assoluta impermeabilità e di definita ripetitività che contraddistingue se non tutte, gran parte delle caserme risalenti al periodo storico non lontano dagli eventi bellici che hanno caratterizzato il XX secolo. La cortina urbana che definisce il lato ovest della via, al contrario, si presenta privo di un carattere definito, né in senso tipologico (vi si trovano edifici a capannone di carattere industriale, cortili recintati in modi differenti, cancellate che separano brevi spiazzi privati a giardino alberato, paramenti murari totalmente ciechi e a volte recanti insegne commerciali, lunghe finestrature, edifici amministrativi a carattere pubblico, qui proposti come corpi oblunghi e bassi, poco più oltre interpretati come edifici di cospicua altezza...), né in senso funzionale (si va appunto da luoghi di carattere industriale, a luoghi amministrativi, a luoghi commerciali) presenta facciate di tipo razionalistico definite dal succedersi regolare di aperture, prive di balconi o di altri elementi caratteristici dei luoghi abitati.

Nel complesso tale intorno ambientale appare piuttosto ostico per un luogo quale quello dell'ospedale che – il nome stesso lo dice – è chiamato a essere prevalentemente ospitale, accogliente, capace di comunicare apertura, speranza, armonia. Va sottolineato che l'ospedale è sempre identificabile come un'oasi nel contesto urbano, poiché si riferisce a un servizio in cui prevale il distacco dalla vita quotidiana e il momento di riposo per il recupero della condizione di salute dei degenti o di chi vi è assistito comunque. Per questo il progetto fonda i suoi presupposti anzitutto sul rapporto che deve instaurarsi tra edificio e persona degente.

Com'è noto, il rapporto privilegiato tra degente e ambiente va ricercato nella natura: verde, rigogliosa, vitale. La presenza di piante ha una tale influenza sulle condizioni del malato che nell'ambito delle scuole di architettura ne è derivato l'approccio chiamato “giardino terapeutico” (healing garden). L'idea fu proposta per la prima volta nel 1984, in un articolo pubblicato sulla rivista Science da Roger Ulrich, attualmente docente di architettura al Centro per la ricerca sugli edifici per la salute della Chalmers University di Göteborg (Svezia), ritenuto il massimo esperto in materia. L'articolo si intitolava “La vista dalla finestra può influire sulla guarigione dopo un intervento chirurgico”. Da quel momento in poi la progettazione di ospedali si è sempre più fondata anzitutto sul tentativo di offrire ambienti che consentano il diretto rapporto tra persona e natura, spazi verdi, piante. La letteratura al proposito è amplissima e propende per fare degli ospedali giardini terapeutici.  I giardini curativi si vanno diffondendo: è usuale che i nuovi ospedali siano dotati di piante, sia all'esterno, sia all'interno. In quest'ultimo caso con grandi serre, in cui si possa passeggiare. E quelli esistenti cercano di dotarsene. E se la visione delle piante è utile per guarire , come su indicato,  è altrettanto utile per favorire il benessere psicofisico di chi malato non è.

Non a caso in risposta all'ossessività ripetitiva delle città industriali si sviluppò a fine '800 l'idea di “città giardino” e non a caso anche a Milano le periferie sorte nel secondo dopoguerra (si consideri per esempio il quartiere Feltre, non lontano da via Bistolfi, sviluppato dagli anni Cinquanta da maestri dell'architettura contemporanea, come  Baldessari, De Carlo, Gardella, Mangiarotti, col coordinamento di Gino Pollini) seguono tale modalità della città giardino. In via Bistolfi ci si trova di fronte a una periferia a prevalente vocazione industriale e militare, per quanto di questa si riconosca che col tempo dovrà generare al proprio interno altre modalità che la rendano più consona coi tempi e con le necessità abitative. Dunque come conciliare le esigenze di cortine murarie ripetitive, monotone, spersonalizzanti con quelle  di un luogo che sarà votato a guarire le persone, non a opprimerle? La soluzione più semplice sarebbe quella di proporre una cortina muraria consona con quanto la via Bistolfi propone ora, lasciando all'interno del lotto, staccato dal resto della via, configurarsi il luogo come oasi votata alla guarigione, con piante, giardini e un duplice edificio centrale dotato di massima trasparenza sul prato e sul giardino circostante così da essere ospitale e accogliente.

Al riguardo è bene evidenziare che, desiderando dare massima visibilità – almeno all'interno del lotto – agli spazi verdi, questi saranno massimizzati, rendendo il più grande possibile il prato, dotando il duplice edificio di ampie finestrature e presentandolo come un doppio corpo che dall'esterno si offre come un cannocchiale visivo sul prato retrostante. In tale prato si inserirà il parcheggio preferibilmente interrato. Né si prevedono altri edifici all'interno del lotto. Coerentemente anche le coperture del duplice edificio così articolato saranno verdi.

    

Il progetto si compone di una struttura a pianta quadrata con ampia corte interna. La forma rigorosa e lineare permette la disposizione delle camere a doppia fila con corridoio comune centrale e la possibilità di affaccio anche sul cortile interno;cortile di ampie dimensioni(tra una facciata e l’altra vi sono circa 30 mt.) coperto da una struttura trasparente fotovoltaica, sopraelevata rispetto al terrazzo inerbito di copertura per consentire la massima illuminazione ed aerazione. L’edificio si sviluppa su cinque piani fuori terra e un piano interrato con destinazione a parcheggio per 120 posti auto e una porzione destinata a servizi medici con aerazione e illuminazione diretta affacciandosi sulla scarpata aperta verde.

Il piano terra con relativo ingresso passante è situato in posizione sopraelevata rispetto alla via di mt.0.50. Ne consegue che anche le aree verdi piantumate che si raccordano col marciapiedi hanno una lieve pendenza che offre una maggiore sottolineatura allo spiccato dell’edificio. Lungo la via Casacco è previsto un parcheggio a raso di oltre ottanta autovetture con camminamento attraverso il verde di connessione all’ingresso della struttura. Al piano primo sono in progetto laboratori di ricerca,ambulatori e studi medici che utilizzano i collegamenti verticali posti ai quattro vertici del quadrilatero per consentire facilmente l’accesso alle degenze. Ai piani superiori,sono progettate le camere di degenza dotate di servizi autonomi e di spazi di soggiorno, palestra, deambulazione e confort comuni. Le degenze sono pensate con attenzione al confort ambientale e funzionale più confacente al servizio proposto. Sono progettati impianti meccanici radianti a pavimento ad evitare presenze di fancoil o corpi radianti che muovono l’aria riscaldandola meno efficienti igienicamente. Gli infissi esterni sono a triplo vetro con telai a taglio termico in PVC. Gli isolamenti di pareti plafoni e pavimenti sono performanti per garantire qualità termoacustiche elevate offrendo la migliore vivibilità al malato.

L’intervento riqualifica un’area industriale dismessa mediante il riutilizzo evitando il consumo di suolo, ma anzi offrendo col verde pertinenziale spazi oggi inesistenti all’uso pubblico, migliorando di conseguenza l’aspetto qualitativo ambientale del quartiere.