FIRENZE - IL GRANDE MUSEO DEL DUOMO

 

Progetto: Natalini Architetti, Guicciardini & Magni Architetti; Adolfo Natalini, Fabrizio Natalini, collaboratori: M.Baralli, G.Bianchi, A.Blanchard, T.Brilli, D.Pica, N.Scelsi - Piero Guicciardini, Marco Magni, Nicola Capezzuoli, Edoardo Botti, Giuseppe Lo Presti, collaboratori: C.Giancaterino, E.Magazzini, P.Martinelli, M.C.Rizzello

Strutture: Leonardo Paolini

Ingegneria Elettrica: Giancarlo Martarelli, Daniele Baccellini

Ingegneria Meccanica: Roberto Innocenti

Direzione Lavori: Adolfo Natalini

Illuminotecnica: Massimo Iarussi

Prevenzione incendi: Roano Braccini

Identità visiva: Rovai Weber Design

Multimedia: Nilvio Natali, Nicolo’ Natali

Committente: Opera di Santa Maria del Fiore (Opa) - Presidente: F.Lucchesi

Responsabile unico del Procedimento: P.Bianchini

Superficie del sito: 2533,80 mq

Superficie costruita totale: 6769,15 mq

Fase di progetto: Set 2007 - Ott 2010

Fase di costruzione: Feb 2013 – Ott 2015

Strutture: c.a., acciaio

Finiture: pietra di Bedonia, marmo Bianco P., resina, intonaco, vetro, rame brunito

Fotografie: Mario Ciampi

 

L'Ampliamento del Museo dell'Opera

Adolfo Natalini

 

Progettare il museo dell'Opera del Duomo vuol dire partecipare a un'impresa durata più di settecento anni. Vuol dire aggiungere segni su un palinsesto su cui tanti prima di noi ma anche insieme a noi hanno impresso i loro segni. Il museo narra una storia lunghissima, ma insieme è un'opera che rimette insieme sculture pitture e arredi pensati per tempi e luoghi diversi. I luoghi per cui erano state pensate sono vicini gli uni agli altri (il battistero, la cattedrale, il, campanile), mentre i tempi sono lontani tra loro;  il museo raduna i luoghi e i tempi attraverso la continuità. Il progetto museologico di Mons. Timothy Verdon ci richiedeva di unificare il vecchio e il nuovo museo disponendovi le opere con un'organizzazione per nuclei progettuali, riconnettendo le opere al loro contesto di origine, attraverso una logica evocativa. Le opere dovevano raccontare le ragioni per le quali furono concepite nel contesto di devozione e di fede. La fede è un dono, ma è anche un atto di immaginazione che “permette di vedere quelle cose che occhio non vide mai” (come affermano Isaia e San Paolo).

Così la facciata voleva essere “un frontespizio mariano”, ma Santa Maria del Fiore doveva essere fatta “tutta di marmi”e “con figure intagliate” (Villani). Arnolfo iniziò così una grande opera dove architettura, scultura erano riunite come non avveniva dall'antichità classica creando il maggior monumento di Firenze. La facciata venne demolita verso il 1587 “perchè non più alla moda”, pensando di sostituirla con una nuova: questo non avvenne e solo dopo tanti progetti e concorsi una nuova facciata venne realizzata solo nel 1887. Nel museo abbiamo evocato l'antica facciata con un modello a grandezza naturale, basato sul disegno di Bernardo Poccetti e frutto di profonde ricerche sull'analisi del testo architettonico, sullo studio dei frammenti lapidei e sulla comparazione con manufatti coevi. Il grande modello è realizzato con membrature architettoniche in resina caricata con  polvere di marmo su una struttura metallica. In questo grande modello sono state ricollocate le sculture nelle loro posizioni originali. Mentre sui diversi monumenti vengono sistemate copie delle statue originali e Il vero sorregge la copia, qui le statue originali sono sistemate sul modello e la copia sorregge il vero.

Il progetto ha conservato la memoria del gran vuoto del Teatro degli Intrepidi trasformandolo in uno spazio illuminato dall’alto in cui far convivere le evocazioni delle architetture con le opere che le adornavano. Se ormai è irreversibile il processo per cui le opere originali devono esser ricoverate per motivi di conservazione, sostituite in loco da copie, si mette in atto uno scambio continuo tra il Museo dell’Opera e la Piazza del Duomo e un po’ per volta le opere trasmigrano dal fuori al dentro. Nel nuovo spazio interno le opere ritrovano la stessa luce e le stesse talora inaccessibili posizioni per le quali erano state pensate. Le sculture maggiori sono allestite su basamenti posti sotto il grande modello, in modo da permetterne una lettura ravvicinata mentre tutte le altre sono ricollocate nelle posizioni originali e così vengono ricontestualizzazione.

Il modello al vero richiama la singolare invenzione della tavoletta prospettica del Brunelleschi col Battistero ritratto dalla Porta del Duomo Arnolfiano. Parafrasando l’Alberti “e sappi che cosa niuna dipinta parrà pari alle vere dove non sia certa distanza a vederle” potremmo dire che nessuna cosa vera parrà più tale se tolta dalla distanza reale dell’osservatore. La grande sala che un tempo era il teatro degli intrepidi (prima di diventare un malinconico garage) ora è un teatro dell'architettura e costituisce  la scena fissa su cui si muovono le opere d'arte intrattenendo i loro mutevoli rapporti e i loro dialoghi con i visitatori. (La madre di un grande scultore mio amico definiva le statue come “persone fisse”, ma le nostre sono in movimento da secoli). Sui due lati lunghi si confrontano due facciate: quella Arnolfiana (abitata dalle sculture) e quelle di marmo bianco con tre porte e 30 finestre. Le tre porte sono quelle del Battistero:due, mirabili (del Ghiberti) sono già installate, la terza (di Andrea Pisano) lo sarà tra due anni. Le porte sono sigillate in grandi teche, ma cinque varchi tra di loro permettono di accedere alla sala. Dietro alla facciata di marmo bianco, su tre gallerie a diversi livelli, sono ospitate le statue antiche, quelle del campanile e i modelli storici per la facciata del duomo. Attraverso le finestre le statue dialogano con quelle della facciata. La parete traforata prosegue con lo stesso ritmo nei lacunari della copertura della grande sala, dove le aperture, schermate da una membrana opalina, fanno piovere la luce zenitale proveniente dai lucernari. Il visitatore partecipa così alla messa in scena di una grande vicenda architettonica che allestisce le opere del Duomo in modo chiaro, evocativo, spettacolare. Salendo all'ultimo piano, dalla sala dei parati ci si può affacciare sulla sala e vederla tutta insieme con un solo sguardo: si chiama il Belvedere del Paradiso, perchè la sala della facciata si chiama la Sala del Paradiso (Paradiso era il nome dato in antico allo spazio tra Battistero e Cattedrale), ma forse anche perchè siamo in alto vicino al cielo...

In realtà c'è un luogo ancora più in alto, sopra i lucernari del soffitto: è un luogo pieno di macchine fantastiche che forniscono caldo e freddo, aria e luce. Un luogo segreto, ma essenziale, come altri sottoterra che fanno vivere il museo coi loro impianti. Ma tutto questo è invisibile perchè non devono interrompere i colloqui tra i visitatori e opere, tra presente e passato, tra cielo e terra. Dalla Sala del Paradiso, il visitatore frettoloso può scegliere di abbreviare il percorso volgendo verso le sale del museo attuale al piano terreno, restaurate per ospitare degnamente la Maddalena di Donatello e la Pietà di Michelangelo, prima di avviarsi all’uscita passando per il bookshop ed i servizi del museo. Molte altre sale sono le sale del museo: accennerò solo a quella della Pietà. Michelangelo, passati i 75 anni, “si placava in lui l'ossessione della morte che gli si preannunciava piuttosto come liberazione dell'anima e dolce riposo in Cristo” (Carli) e scolpisce per se un gruppo di quattro figure, pensandolo forse per la sua tomba. Nella figura di Nicodemo che sorregge il Cristo morto si crede sia il suo autoritratto: scriveva Michelangelo in un madrigale “Del resto non saprei...altro scolpir che le mie afflitte membra”. La Pietà ha avuto una storia travagliata, presa a martellate da Michelangelo stesso, poi restaurata e migrata da un luogo all'altro, finalmente approdata al Museo...volevamo darle finalmente una collocazione serena, dove potesse trovare lo spazio e la luce che le era destinata, così sta su una sorta di mensa di pietra in una stanza alta sotto la luce che viene dall'alto. 

Una nota tecnica

All’interno del complesso, si è intervenuti con modalità diverse a seconda delle varie parti. Nell’ambito del restauro e del consolidamento strutturale si è messa mano alla riqualificazione degli spazi dell’ex garage. Nuove strutture hanno sostituito il sistema distributivo esistente, creando nuovi livelli e diversi locali interrati. Due nuove scale sono state aggiunte allo scalone storico con il fine di migliorare la distribuzione degli accessi e delle vie di fuga del museo. La copertura della grande sala è stata completamente ricostruita mantenendo una struttura reticolare in metallo, fornita di lucernario superiore.

Il braccio intermedio tra il museo esistente e la grande sala del garage è stato ristrutturato e riorganizzato in modo tale da ricavare una grande galleria lineare. Ricomponendo i volumi preesistenti e incrementando l’altezza si è creato un nuovo livello sovrapposto alla ex sala di Bonifacio VIII e agli ambienti laterali dell’ex garage. Per il resto del museo attuale gli interventi si sono limitati solo alla modifica di alcune finiture e dei sistemi dell’allestimento. Grazie ai lavori di ampliamento, il Museo dell’Opera è stato più che raddoppiato: la superficie utile netta è passata  dai 2.400 metri quadrati del vecchio museo ai 6.000 metri dell’attuale.